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La correlazione tra la variabilità coordinativa e gli infortuni da sovraccarico

08 Gennaio 2019
Ilio IannoneIlio Iannone

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Capire che il movimento è variabile ci aiuta a riconoscere che i modelli di riferimento “buono/cattivo” sono meno validi di quello che pensiamo.

 

Si parla spesso di movimenti definiti “ottimali”: la minima deviazione diventa la responsabile della patologia, dimenticandoci che il nostro organismo risponde alle leggi della biologia e non della meccanica, e che in realtà è molto più probabile che si verifichi un adattamento al carico su quella “deviazione” di movimento.

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Konstantin Konstantinov, 30 anni
430kg Deadlift

Kostantin Kostantinov, uno dei più forti Powerlifter al mondo, per alcuni ha una tecnica discutibile.

Un tipico esempio di adattamento al carico in cifosi lombare.

In una intervista di qualche anno fa, alla domanda: ”Come sta la tua schiena?” rispose di non aver mai avuto nessun infortunio alla schiena e si allena da quando aveva 16 anni!!!

 

 

Adattamento al carico e variabilità di movimento

Quando osserviamo i dati relativi al movimento di persone asintomatiche notiamo un’enorme variabilità di movimento.

Le persone si muovono in modo diverso e hanno diverse strategie per raggiungere lo stesso compito e quindi lo stesso individuo può anche avere più soluzioni per raggiungere lo stesso obiettivo.

Il movimento, quindi, ha variazioni inter e intra individuali.

Questo significa che le deviazioni da un movimento considerato “ottimale”(entro un range anatomico sicuro) NON rappresentano un problema ma solo una variazione.

Nello sport, la visione tradizionale della parola variabilità è quella di analizzare l’end-point cioè l’obiettivo finale di una abilità ad esempio l’azione di un lancio oppure, nel nostro caso, uno squat.

Questo tipo di variabilità si tende a mantenerla abbastanza stabile ai fini della performance e di conseguenza una maggiore variabilità ha un’accezione negativa.

 

La “Variabilità Coordinativa”

Un altro modo di considerare la variabilità è la “variabilità coordinativa” intesa come la capacità dei vari segmenti corporei, muscoli, ecc.. di interagire per l’end-point.

Ad esempio, durante la corsa, apparentemente anca e ginocchio potrebbero sembrare dall’esterno interagire sempre allo stesso modo, in realtà ogni passo potrebbe essere organizzato in maniera sempre diversa.

Analizzare il singolo distretto corporeo durante uno squat, senza considerare l’insieme e come le varie strutture interagiscono per un determinato compito, non ha molto senso: come detto in precedenza, ognuno di noi ha una serie infinita di combinazioni per raggiungere l’end-point.

 

Aspetti positivi della variabilità coordinativa

C’è una crescente evidenza di prove in letteratura, nel campo delle scienze biologiche e fisiche, che sottolinea come la variabilità abbia effetti benefici e quindi non più associata a diminuzione dei livelli di abilità, infortunio e salute.

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Una perdita di variabilità è associata ad una riduzione dei gradi di libertà che interagiscono per un compito motorio definito, quando questi gradi di libertà e variabilità raggiungono una soglia critica siamo più soggetti ad infortunio.

Diversi studi hanno dimostrato un’associazione tra ridotta variabilità del coordinamento e disturbi muscoloscheletrici, tra cui le patologie da sovraccarico.

Una coordinazione con bassa variabilità causa la distribuzione di forze su piccole superfici (a), con possibili lesioni da uso eccessivo.

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Al contrario, una variabilità entro i limiti consentirebbe di distribuire le forze articolari o tissutali, riducendo così al minimo il rischio di lesioni da uso eccessivo.

È stato riportato che maggiore è la variabilità del coordinamento, più sano è lo stato del sistema, mentre minore variabilità è stata correlata a un sistema patologico.

Tuttavia, l’eccessiva variabilità in un sistema può anche essere indicativo di un individuo con infortunio: c’è una finestra di variabilità in cui un individuo sano funziona.

Nello stato di bassa variabilità (cioè nello stato in cui si trova un individuo infortunato), è stato suggerito che è disponibile un numero ridotto di movimenti tra le articolazioni che possono causare un uso eccessivo di determinati tessuti, causando un peggioramento della lesione.

Inoltre, riducendo il numero di modelli di movimento disponibili, risulta un sistema meno flessibile che potrebbe non rispondere adeguatamente a una perturbazione esterna.

 

Conclusioni

La variabilità coordinativa è fondamentale per un atleta.

Un weightlifter d’elite esperto è colui che ha una variabilità end-point bassa (in grado di mantenere una prestazione ottimale), e allo stesso tempo una variabilità coordinativa molto ampia in grado di ridurre il sovraccarico tissutale sempre nella stessa area.

 

References

  1. Coordinative variability and overuse injury. Joseph Hamill et al. Sports Med Arthrosc Rehabil Ther Technol 2012
  2. Movement systems as dynamical systems: the functional role of variability and its implications for sports medicine. Keith Davids, Paul Glazier, Duarte Ara ´ujo, Roger Bartlett. Sport Med. 2003
  3. IS THERE SUCH A THING AS A BAD EXERCISE? OR JUST BAD APPLICATION? Ben Cormack
  4. ‘MOVEMENT VARIABILITY’ – IS IT REALLY WORTH THE HYPE OR JUST ANOTHER BUZZ WORD? Ben Cormack
  5. Dynamics of Stability: The Physiologic Basis of Functional Health and Frailty. Lipsitz 2012 Journal of Gerontology: BIOLOGICAL SCIENCES

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